«Trurl, cosa dici? Sei fuori di senno? Due più due fa sette, carissima macchina! Sette, sette!» gridò Klapaucius, cercando di parlare più forte del compagno.

«No, quattro! Quattro e soltanto quattro, dall’inizio del tempo alla fine dell’universo… QUATTRO!» urlò Trurl, che cominciava ad avere la voce roca.

La roccia sotto i loro piedi fremette come se avesse la febbre.

La macchina si allontanò dalla caverna, lasciò entrare un filo di pallida luce e prese a gridare in tono stridulo. «Non è vero! Fa sette! Di’ sette, altrimenti ti ammazzo!» «Non lo dirò mai» gridò Trurl, di rimando, come se non si curasse di quel che gli poteva succedere; e infatti, un attimo dopo, ciottoli e terra piovvero sulle loro teste, perché la macchina aveva cominciato a buttarsi contro la montagna, usando come ariete tutti i suoi otto piani. Enormi massi, staccati dagli urti, rotolarono a valle.

Rumori di tuono e fiumi sulfurei dilagavano nella caverna, e dai colpi dell’acciaio sulla pietra volavano scintille; eppure, in tutto quel pandemonio, si sentiva ancora, di tanto in tanto, la voce roca di Trurl che gridava: «Due più due fa quattro! Due per due fa quattro!»

Klapaucius cercò di chiudere la bocca all’amico, anche ricorrendo alla forza, ma venne scagliato via violentemente, e dovette rinunciare. Si sedette in terra e si prese la testa tra le mani. Neppure per un attimo la macchina cessò i suoi folli sforzi: si aveva l’impressione che da un momento all’altro il soffitto dovesse crollare, per schiacciare i prigionieri e seppellirli per sempre. Ma quando i due malcapitati avevano ormai perso ogni speranza, e l’aria era piena di fumi acri e di polvere soffocante, si udì all’improvviso un orribile crepitio — un suono simile a quello di una lenta esplosione, più forte dei folli urti e colpi d’ariete di poco prima — e poi un soffio di vento; la parete di acciaio che bloccava la caverna venne spazzata via, come da un uragano, e mostruosi pezzi di roccia precipitarono dalla vetta del monte.



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