Il cielo, poi, era quello che aveva sofferto di più: nella sua volta rimanevano soltanto pochi puntolini di luce, minuscoli e isolati… non c’era più traccia delle gloriose strutture dei vorchi e degli ziti lucenti che tanta grazia, fino ad allora, avevano dato all’orizzonte!

«Grande Gauss!» gemette Klapaucius. «Dove sono i grazioni? E quei bei pritoni che mi piacevano tanto? E i delicatissimi, policromi ziti che splendevano così alti nel cielo?»

«Non esistono più, né mai più esisteranno» disse con calma la macchina. «Ho eseguito… o meglio ho cominciato a eseguire… il tuo ordine…»

Ti avevo detto semplicemente di fare il Nulla, e tu… e tu…» borbottò il costruttore.

«Klapaucius, non fare lo stupido più di quello che sei» disse la macchina. «Se avessi fatto immediatamente il Nulla, in un unico colpo mortale, tutto avrebbe cessato di esistere, e quel ’tutto’ comprendeva Trurl, il cielo, l’universo, te stesso… e anche me. In tal caso, chi avrebbe potuto dire — e a chi — che l’ordine era stato eseguito a puntino e che io sono una macchina fedele ed efficiente? E se nessuno avesse potuto dirlo e nessuno avesse potuto ascoltarlo, in che modo si sarebbe potuto rendere giustizia a me stessa, che non sarei più esistita?»

«Sì, è vero, lasciamo perdere» ribatté Klapaucius. «Non ho nient’altro da chiederti, ma ti prego soltanto, cara macchina, di ridarmi gli ziti, perché la vita, senza di loro, perde ogni gioia…»

«Non posso, dato che iniziano per z» rispose la macchina. «Naturalmente, posso riportare il nonsenso, la nocività, la nausea, la nevralgia, la noia, il nepotismo e la necrofilia. Per le altre lettere, però, spiacente, non sono in grado di aiutarti».

«Rivoglio gli ziti!» gemette Klapaucius.

«Niente ziti, mi dispiace» rispose la macchina. «Da’ una buona occhiata a questo mondo, e guarda com’è pieno di immense brecce aperte, e come vi predomini il Nulla. Lo stesso Nulla che riempie il vuoto insondabile tra una stella e l’altra, e che fodera — ormai — ogni cosa che ci circonda, e che minaccioso s’acquatta dietro ogni particella di materia. Ed è opera tua, invidioso! Non credo che le generazioni future ti saranno riconoscenti…»



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