
«Forse… non lo sapranno, forse non se ne accorgeranno» gemette il pallido Klapaucius. Era ancora incredulo, ma, dopo aver sollevato lo sguardo al nero vuoto dello spazio, non osò guardare in faccia il collega Trurl. Lasciatolo accanto alla macchina che creava tutto quel che iniziava per N, Klapaucius se ne tornò a casa alla chetichella, nascondendosi come un ladro… e a tutt’oggi il mondo è crivellato di enormi distese di vuoto, esattamente come lo era quando fu fermato il processo di eliminazione. E se si tiene presente che ogni tentativo di costruire una macchina per le altre lettere è andato finora incontro all’insuccesso, rassegnamoci a non poterci più appagare lo spirito con la contemplazione di quei meravigliosi fenomeni naturali che erano i vorchi e gli ziti… ahimè, mai più.
LA MACCHINA DI TRURL
Una volta Trurl il costruttore fabbricò una macchina pensante a otto piani. Quando l’ebbe terminata, le diede una mano di vernice bianca, ne decorò i bordi con un filetto color lavanda, indietreggiò di qualche passo e strizzò le palpebre per rimirarla, le tracciò due ricciolini ai lati del capo, a mo’ di tirabaci, e nella zona corrispondente alla fronte le disegnò qualche cerchietto color arancio pallido, come se avesse voluto dipingerla a pois. Poi, superbamente compiaciuto di sé, prese a fischiettare un allegro motivetto e — com’è di prammatica in simili occasioni — rivolse alla macchina la domanda fatidica: «Quanto fa due più due?»
La macchina fremette tutta. I suoi tubi cominciarono a rosseggiare di un bel colore rubino, i trasformatori si scaldarono, la corrente elettrica si avventò lungo i suoi circuiti come l’acqua di una cascata, i convertitori presero a pulsare e a ronzare, si udì prima un ticchettio, poi un clangore, e infine uno sferragliare cupo, ma così forte, così di malaugurio, che Trurl si chiese se non fosse il caso di metterle una particolare sordina per il ragionamento.
