Intanto, la macchina continuava a ponzare, come se le fosse sfato chiesto di risolvere il problema più complicato dell’universo. La terra tremava, la sabbia scivolava sotto i piedi di Trurl per le vibrazioni, le valvole venivano sparate in tutte le direzioni come tappi di champagne, i relè vacillavano per lo sforzo. Alla fine, quando Trurl era già visibilmente scocciato, la macchina arrivò faticosamente al termine del difficile computo e disse con voce di tuono: «SETTE!»

«Assurdo, mia cara» rispose Trurl. «La risposta è ’quattro’. Adesso fa’ la brava macchina e datti una regolata. Quanto fa due più due?»

«SETTE!» ribatté la macchina.

Con un sospiro, Trurl tornò a infilarsi la tuta, si rimboccò le maniche, aprì il portello inferiore e s’infilò all’interno. Per molto tempo continuò a martellare giunti, a serrare dadi, a saldare conduttori, a correre faticosamente su e giù per le scalette, un po’ al sesto piano, un po’ all’ottavo, poi tornò dabbasso, ansimando per la fatica, e spinse una leva… ma qualcosa prese a crepitare sopra di lui, e tra i contatti scoccò un luminosissimo arco voltaico.

Dopo altre due ore di quel lavoro, comunque, il costruttore uscì dalla macchina sporco ma soddisfatto, rimise a posto tutti gli attrezzi di cui si era servito, si sfilò la tuta, si ripulì la faccia e le mani. Poi, quando già stava per andarsene, si girò un’ultima volta a fare la domanda, tanto perché non rimanessero dubbi.

«Allora» chiese «quanto fa due più due?»

«SETTE!» rispose la macchina.

Trurl scagliò una terribile bestemmia, ma non c’era niente da fare: anche questa volta dovette infilarsi dentro la macchina, a dissaldare, a correggere, a controllare, a calibrare, e, quando gli toccò sentire per la quarta volta che due più due faceva sette, si lasciò scivolare a terra per la disperazione.



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