Cinquemilacinquecento metri — qualunque cosa ciò significasse — sopra l’Honda, le caratteristiche delle creature viventi erano cambiate. Tutte le forme di vita erano più piccole, e il loro senso spaziale pareva imperfetto. Non erano consce della mia venuta finché, praticamente, non gli ero addosso. Due dei miei tentacoli si affaccendarono senza soste a ghermirle al passaggio. Le luci dei loro corpi erano meno brillanti di quelle delle creature inferiori dell’Honda.

Continuai la mia salita fluttuante verso la Superficie. Di tanto in tanto mi fermavo ad eseguire gli esercizi di Morpt: il volume di gas che liberavo dalla mia vescica natatoria era incredibile. Ricordo di aver pensato, alla stessa maniera ironica di Morpt, che se ogni Shadi possedeva una porzione immortale così ampia, la bolla centrale doveva esser più grande dell’intera Honda! Adesso le creature all’interno dell’Oggetto passavano da uno sbalordimento all’altro, guardando i loro strumenti.

«Siamo risaliti di duemilacinquecento metri», disse l’uomo, come stordito. «Eravamo scesi a cinquemilacinquecento metri, la più grande profondità in questa parte del mondo».

Il pensiero «mondo» si avvicina al concetto shadi per «universo», ma ci sono differenze che lasciano perplessi.

«Siamo tornati a salire d’una buona metà», aggiunse l’uomo.

«Pensi che la zavorra si sia staccata e galleggeremo fino alla superficie?» chiese la donna con ansia.

Il pensiero «zavorra» corrispondeva a una cosa legata all’Oggetto per farlo discendere, e che se si fosse staccata dall’Oggetto l’avrebbe fatto sollevare. Questa parrebbe una sciocchezza, poiché tutte le sostanze scendono, eccettuato il gas. Comunque, io mi limito a riferire soltanto ciò che ho percepito.

«Ma non stiamo galleggiando», obbiettò l’uomo. «Se così fosse, saliremmo costantemente. Invece, finora siamo saliti ogni volta di circa trecento metri, subendo poi una scossa così violenta quasi da morirne. Poi saliamo di altri trecento metri, e c’è un’altra scossa. Non stiamo risalendo liberamente. Veniamo trasportati. Ma il cielo sa cosa ci trasporta, e perché».



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