A tutta prima, fu allarmante. Fluii verso l’alto di metà della mia lunghezza, e la barriera si fece più vicina. Con cautela, perfino con timore, fluii lentamente sempre più vicino.

«Centocinquanta metri», annunciò l’uomo dentro l’Oggetto. «Cielo, soltanto centocinquanta metri! Dovremmo cominciare a intravedere qualche barlume di luce attraverso gli oblò… No, adesso è notte».

Mi fermai, dibattendo tra me la situazione. Ero abbastanza vicino alla barriera da poter allungare il mio primo tentacolo e toccarla. Esitai a lungo. Poi la toccai. Non accadde nulla. Arditamente, vi cacciai dentro il tentacolo. E penetrò nel nulla. Là, dove adesso si trovava, non c’era acqua. Con viva emozione, mi resi conto che sopra di me c’era la bolla centrale e che io solo, fra tutti gli Shadi viventi, l’avevo raggiunta e avevo osato toccarla. La sensazione sul mio tentacolo all’interno della bolla, oltre la Superficie era quella d’un peso enorme, come se il gas degli Shadi defunti mi stesse spingendo indietro. Ma non mi attaccarono, non tentarono neppure di farmi del male.

Sì, ero tremendamente orgoglioso. Mi sentivo come se avessi sopraffatto e consumato uno Shadi grande il doppio di me. E mentre esultavo, fui conscio delle emozioni delle creature all’interno dell’Oggetto.

«Sessanta metri!» esclamò l’uomo, frenetico. «Non può fermarsi qui! Non deve! Mia cara, il destino non può essere così crudele!»

Provai piacere nell’avvenire le emozioni delle due creature. Adesso provavano una nuova emozione che era anch’essa assai strana, almeno quanto tutte le mie altre esperienze con loro. Era un’emozione che sembrava anticiparne altre. La donna le diede un nome.

«È follia», dichiarò all’uomo, «ma per qualche motivo, comincio a sperare di nuovo».



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