Lui scosse la testa. — Buona idea, ma io sono troppo timido.

Il cinese sospirò. — Niente amuleto per timidi. Niente licenza per vende liquori. Tu piace posta?

— Sì, molto.

— Bene! Uomo timido tanta posta. Amuleto magico! — Il cinese sollevò una radice rinsecchita e appiattita.

— E quella mi farà davvero ricevere posta?

— Sì! Radice posta — disse il cinese. (O forse “radice tosta”.) La prese fra le dita; era ruvida e sottile. Nella penombra avrebbe potuto giurare di tenere in mano una busta.

— Vorrei comprarla — disse. Doveva comunque a Sheng qualcosa per averlo salvato dalla polizia.

— Tu no compra! Niente soldi! Altra volta, tu compra. — La radice secca era legata a un filo di seta rossa. — Tu mette collo e tiene sotto camicia. Tanta posta.

Fece come gli aveva detto. Un rombo ritmico, silenzioso ma cupo, risuonò all’esterno. Avrebbe voluto chiedere cosa fosse, ma il cinese lo precedette.

— Tu guarda! — dispiegò un rotolo di carta rivelando l’immagine di un uomo di dimensioni ridotte. — Brucia su tomba. Poi ha buoni servitori in altro posto. — Il cinese fece un altro sorriso. — Tu muore presto?

— Spero di no.

— Allora no serve. Più tardi, forse. Che dice di cavallo? — Era l’immagine di un cavallo robusto e selvaggio schizzata con pochi tratti veloci.

— Non ne ho mai cavalcato uno — ammise.

— In altro posto tu impara. Ha tanto tempo.

Lo sguardo gli cadde su una spessa mazzetta di banconote da cinquanta dollari avvolta in una fascetta di carta marrone. — Non dovrebbe lasciare queste cose in giro, signor Sheng.

Il cinese ridacchiò. — Soldi finti! Tu brucia su tomba, altro posto tanto ricco! Tu vuole?

Lui si avvicinò a una finestrella impolverata. Erano banconote vere, semi nuove. Quando le estrasse dalla fascetta di carta, il volto del generale Grant gli apparve netto e chiaro.



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