— Tu vuole?

Sulla fascetta c’era scritto SICURPOL-TRASPORTO VALORI. Accanto a queste parole un carattere cinese in inchiostro nero e la cifra dieci centesimi.

— Sì — disse. — Mi piace molto. Ma deve lasciarmi pagare. — Tirò fuori dieci centesimi, sentendosi un ladro. Il cinese prese la moneta senza nemmeno guardarla, e gli mise la mazzetta di banconote nella tasca del soprabito, opposta a quella dove teneva la mappa.


Fuori la strada non era quella che aveva lasciato per entrare nel vicolo, era più piccola e più stretta, costeggiata da auto parcheggiate e da edifici di mattoni fuligginosi. Vide che stava passando una parata. Le majorette sfilavano impettite roteando le bacchette con le gambe nude striate di blu per il vento invernale. I soldati in giubba verde brillante si mettevano e si toglievano i fucili dalle spalle; gli uomini politici sorridevano e salutavano con la mano offrendosi l’un l’altro sigari e caramelle. Squillavano le trombe. Carri enormi avanzavano lentamente come tanti colossi multicolori, evidentemente instabili, oscillavano come narcisi mentre graziose fanciulle con abiti ornati di fiori, piume e lustrini ballavano da sole o in gruppo.

Un tamburo rullava sordo al ritmo del suo cuore.

Una piccola folla di uomini e ragazzi, e solo qualche donna, seguiva l’ultimo carro, convinti forse di far parte della parata. Gli balenò l’idea che se la polizia lo stava ancora cercando — anche se gli pareva impossibile — quel gruppetto sparso gli offriva l’occasione di sfuggire alla ricerca. Si unì alla folla, spingendosi nel mezzo fino a trovarsi a camminare proprio dietro il carro. Nessuno dai lati della strada avrebbe potuto individuarlo.

Una pattinatrice in tutù rosa piroettava quasi sul bordo della piattaforma. Quando lo vide si fermò e gli sorrise dirigendosi verso i tre scalini metallici che sporgevano dal retro del carro.

Lui pensò che lo stesse invitando a raggiungerla e gridò: — Non ho i pattini!



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