
Si svegliò con un terribile mal di testa. Vide la luce del sole che filtrava dalla finestra e si rese conto di aver perso una giornata di lavoro. Si alzò dal letto e bevve tre bicchieri d’acqua.
Lara se n’era andata, ma c’era da aspettarselo: erano quasi le undici.
Probabilmente era uscita in cerca di un lavoro, o a comprare qualche vestito o qualcosa da mangiare.
Telefonò al negozio. — Ho l’influenza… mi è venuta stanotte. Mi scuso, mi scuso molto di non aver chiamato prima. — “Parlo proprio come un giapponese”, pensò. “A forza di vendere Sony”.
Ella, dell’ufficio personale, disse: — Ti segno assente.
Non preoccuparti… è il tuo primo giorno di malattia quest’anno.
“Un’aspirina”, pensò. “Faresti bene a prendere un’aspirina”. Ne ingoiò tre.
Sul tavolino c’era un biglietto. Un biglietto con la calligrafia angolosa di Lara.
Caro,
ho cercato di dirti addio ieri notte, ma non mi hai sentito. Non sono una vigliacca, devi credermi.
Se non fosse per le porte non ti direi nulla, e forse sarebbe meglio. Ti può capitare di vederne una o più di una, magari per un solo istante. Sarà chiusa su tutti e quattro i lati (deve esserlo). Può essere una vera porta, oppure solo un cavo telefonico sostenuto da due pali, o un arco in un giardino. Qualunque cosa sia, avrà un aspetto significativo.
Ti prego di leggere con attenzione e di ricordare tutto quello che ti dico. Non devi attraversarla.
Se l’attraversi senza accorgertene, non voltarti. Se lo fai, sarà finita. Cammina immediatamente all’indietro.
P.S. Lo aggiungete sempre, no? Alla fine.
Alla fine voglio dirti che ti ho amato. Ti ho amato davvero. (E ti amo ancora.)
Lo lesse tre volte, prima di rimetterlo giù, pensando che doveva esserci qualcosa di sbagliato, doveva essergli sfuggito qualcosa d’importante, come succede quando si osserva un’illusione ottica. Quella parola sottolineata era proprio significativo? E se sì, cosa voleva dire?
