
Lui cominciò a dire: — Non credo…
— Capisce, signor Green, quelli che evadono dai nostri ospedali psichiatrici non sono puniti. Sono malati, e non si può punire la malattia. Ma i criminali che evadono dal carcere sono puniti. Sono felice che sia ritornato, signor Green. Cominciavo a preoccuparmi per lei.
Quando uscì dal Centro si accorse che stava tremando; prima non si era reso conto di quanto tenesse a Lara.
Il Centro di Igiene Mentale era situato sull’angolo di un incrocio pentadirezionale. Tutte e cinque le strade erano congestionate dal traffico e quando si soffermò a guardarle ebbe l’impressione che dipartissero da lui come i raggi di una ruota, tutte affollate, rumorose, diritte e dirette all’infinito. Nessuna uguale alle altre; e nessuna — quando guardò di nuovo — era identica a come era quando era arrivato. Quel teatro non era forse un campo di bowling? E le autopompe non avrebbero dovuto essere rosse, gli autobus gialli, o magari arancione?
Dov’erano le porte? “Potrebbe essere un cavo telefonico sostenuto da due pali”. Così aveva scritto Lara. Alzando lo sguardo vide che si trovava sotto a un reticolo di cavi metallici. C’erano cavi per sostenere la segnaletica stradale, sottili cavi neri tesi fra un edificio e un altro, cavi per i tram sferraglianti. Ai lati c’erano gli edifici, in basso le strade e i marciapiedi, e in alto i cavi. Una dozzina — no, almeno due dozzine — due dozzine di porte, e tutte avevano un aspetto significativo.
Quell’ospedale per le bambole c’era anche prima? C’era mai stato al mondo un posto simile? Con la sensazione di essere lui stesso una bambola rotta, s’incamminò in quella direzione.
2. Inferno o paradiso? Chissà?
Il locale era rivestito di scaffali con i ripiani disposti alla distanza di venti, ventidue centimetri. Sui ripiani c’erano dei lettini. In ogni letto, una bambola.
