Come se la sua mente non avesse spazio che per un solo interrogativo, gli venne in mente la soluzione del primo.

Quando era uscito dalla clinica delle bambole aveva preso la strada sbagliata e ora si trovava a un incrocio diverso.

Tornò sui suoi passi e, davanti alla vetrina, salutò con la mano il negoziante. Divertito, notò che c’era già un’altra bambola fra le lenzuola del lettino di Tina.

— Ma non le cambiano mai? — mormorò.

— No, sono sempre le stesse — disse l’uomo con la faccia paonazza che gli camminava accanto indicando un negozio.

Lui vide che in quella vetrina erano esposti spartiti di canzoni ingialliti e polverosi. “Il vero amore” diceva il titolo di una canzone scritto nei caratteri floreali in voga all’inizio del secolo. In un angolo del foglio era appiccicata una mosca morta.

— La solita zuppa — disse. Era l’espressione che usavano nel negozio dove lavorava quando volevano parlar male dell’operazione commerciale di un concorrente.

— Ha bisogno di qualcosa? — disse l’uomo dalla faccia paonazza ridendo.

Il ghiaccio era rotto e lui era ansioso di fare una domanda: — Sa dirmi come posso arrivare a Overwood?

L’uomo si fermò e si voltò a guardarlo. — No — disse. — Non lo so.

— Non fa niente.

— Però… — l’uomo alzò un dito. — Posso dirle come fare per arrivare da quelle parti. Una volta là, può chiedere indicazioni più precise.

— Benissimo! — disse lui. (Ma dov’era Overwood e perché il negoziante aveva chiamato Lara “la dea”?)

— …alla stazione. Marea è là, ai piedi delle montagne.

Quando sarà lì potrà trovare qualcuno che sia in grado di dirle dove si trova Overwood.



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