— Tutto questo mi mancherà — disse con tono greve. In quel momento, il burocrate notò per la prima volta gli spinotti-interfaccia sui suoi polsi, grigi per la corrosione. Ai suoi tempi, doveva aver scontato una condanna su Caliban. Quell’uomo doveva avere una storia interessante alle sue spalle. — Tutti gli amici ti dicono che si manterranno in contatto anche quando si saranno trasferiti al Piedmont, ma io so che non sarà così. Chi credono di prendere in giro?

— Oh, falla finita — sbottò Aniobe. — Un uomo ricco come te avrà sempre amici, ovunque vada. Non è che hai bisogno di avere una personalità, o roba del genere.

Quando fu caricata l’ultima trave, Aniobe spense il motore del camion e ripiegò la gru. Gli operai rimasero in attesa di essere congedati. Uno in particolare, un giovanotto dall’aria spavalda con una cresta di capelli neri, vagò verso il porticato e si chinò con aria casuale su un vassoio di piume colorate; feticci, forse, o magari esche per la pesca. Chu lo osservò attentamente.

Stava nuovamente raddrizzandosi quando Chu gli afferrò il braccio.

— Ti ho visto! — Chu fece girare l’uomo e lo sbatté contro lo stipite della porta. Con il volto esangue per lo choc, l’uomo la fissò esterrefatto. — Cos’hai nascosto in quella camicia?

— I… io nulla! — balbettò l’uomo. — C… cosa… — Aniobe assunse una posizione rigida, appoggiandosi le mani ai fianchi. Gli altri operai, il burocrate e il negoziante rimasero perfettamente immobili e silenziosi, osservando l’evolversi della situazione.

— Toglila! — sbottò Chu. — Adesso!

Sconvolto e impaurito, l’uomo ubbidì. Si tolse la camicia e gliela porse, per dimostrare che non vi aveva nascosto dentro nulla.

Chu la ignorò. Fece scorrere lentamente il suo sguardo su e giù per il corpo dell’uomo. Aveva un torso sodo e muscoloso, con un lungo taglio madreperlaceo che attraversava l’addome e un ammasso scuro di peli ricci sul petto. Chu sorrise.



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