
— Carino — disse.
Gli operai, il loro capo e il negoziante scoppiarono tutti in una fragorosa risata. La vittima di Chu divenne completamente paonazza in volto e abbassò il capo con un impeto di rabbia, limitandosi a stringere i pugni.
— Avete notato il modo in cui prendeva in giro gli uomini quella rossa? — commentò Chu mentre si allontanavano. — Che puttanella provocatrice. — In fondo alla strada che stavano percorrendo vi era un edificio dall’aspetto desolante, con il colmo del tetto incurvato verso il basso e la metà delle finestre rappezzate alla meglio con vecchi cartelli pubblicitari tagliati a misura. Il legno della struttura era scuro e marciscente, rattoppato con frammenti di parole e immagini che aprivano piccole porte su un mondo assai più luminoso; tre lettere, ZAR, una coda di pesce, un pezzo di corpo umano, che poteva essere un seno o un ginocchio, altre tre lettere, KLE, e un naso puntato dritto verso l’alto, come se il suo proprietario volesse catturare nelle narici qualche goccia di pioggia. Sopra la porta d’ingresso vi era un cartello con una scritta sbiadita, TERMINAL HOTEL. Attorno, vi erano i resti di una cancellata. — Anche mio marito è fatto così.
— Perché vi siete comportata a quel modo con quell’operaio? — domandò il burocrate.
Chu non fece finta di non capire. — Oh, ho dei progetti per quel giovanotto. Ora si farà qualche birra, cercando di dimenticare l’accaduto, ma naturalmente i suoi amici e colleghi non glielo permetteranno. Quando mi sarò sistemata in camera, mi sarò rinfrescata e avrò tutti i miei bagagli con me, lui sarà già mezzo ubriaco. Allora, andrò a cercarlo. Lui mi vedrà, e si sentirà un po’ accaldato, un po’ incerto e un po’ imbarazzato. Mi guarderà, e nemmeno lui saprà che sensazione sta provando. A quel punto, gli darò la possibilità di esprimere i suoi veri sentimenti.
— Il vostro metodo mi colpisce e mi lascia un po’… come dire, incerto, per quanto riguarda l’efficacia.
