Si trattava di una serie di linee contorte che conducevano verso l’interno partendo dal fiume, viuzze talmente piccole che non avevano bisogno di intersezioni. Le case erano piccole e malconce, ma dalle finestre si intravedeva una calda luminosità e si udiva il mormorio delle voci provenienti dall’interno. Il burocrate incontrò un paio di cani, che con i loro latrati lo tennero a debita distanza dalle barche e dai piccoli cantieri. A parte un oste che gli rivolse un pigro cenno di saluto dalla porta del suo alberghetto, non incontrò nessuno lungo il fiume. Dopo un po’ svoltò sulla via die attraversava la palude, lasciandosi il fiume freddo e argenteo alle spalle. Passò accanto a un campo circondato da muri dove gli scheletri pendevano dagli alberi. Le ossa erano sbiancate, dipinte e legate assieme col fil di ferro; producevano un suono leggero e inquietante nel vento appena avvertibile.

Superato il cimitero, la strada iniziò a salire dolcemente. Il burocrate passò accanto a diverse case nere e massicce che, abbandonate da poco dai loro ricchi proprietari, non erano ancora state razziate. Probabilmente i proprietari erano andati tutti al Piedmont per partecipare al grande boom economico. L’ultima casa della strada, che andava a terminare nelle acque stagnanti della palude, era la sua destinazione.

L’esterno dell’edificio era pieno di bolle e di gusci di crostacei, e la luce che filtrava nel mondo esterno attraverso le massicce imposte era ben poca cosa. Tuttavia, sotto le incrostazioni delle crisalidi, le assi di legno erano intagliate in maniera squisita e perfettamente in linea. Il burocrate si fermò davanti all’imponente ingresso e premette il campanello. Udì una voce dall’interno. — Ospiti, padrona. — Poi la voce si rivolse a lui, da dietro la porta. — Vogliate attendere un attimo, per cortesia.



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