
Eccolo! Sì, era proprio lui, e senza possibilità di errore! Dulaq si fece largo a gomitate tra la folla e si diresse verso un tipo alto e biondo, che se ne stava appoggiato tranquillamente al parapetto del viale principale della città. Era Odal, quel maledetto Odal, sorridente e sicuro di sé.
Dulaq strinse la bacchetta e si avvicinò ansante al punto in cui l’altro se ne stava immobile, le mani in tasca, guardandolo impassibile.
SIGNORI, IL TEMPO È SCADUTO. IL DUELLO È FINITO.
L’Ammasso di Acquatainia, simile a un portagioielli principesco pieno di centinaia di stelle, era poco lontano dalle frontiere della Federazione Terrestre. Più di mille pianeti orbitavano intorno a quelle stelle, e il principale, Acquatainia, vantava la più grande città dell’ammasso dove c’era l’università più antica di tutte. E, nell’università, c’era la duellomacchina.
Nella sala di un bianco atroce in cui era sistemata la macchina, c’era, in alto, una piccola tribuna. Prima che vi venisse installata l’apparecchiatura, il locale era servito da aula. Ora le file dei banchi degli studenti, la pedana con la cattedra e tutto il resto erano scomparsi. Nella sala c’era soltanto la macchina: una collezione mostruosa di pannelli, banchi di prova, gruppi elettrogeni e circuiti d’associazione. Due cabine ospitavano i duellanti.
Nella tribuna, completamente vuota durante i duelli comuni, stava un gruppetto di giornalisti privilegiati.
— Il tempo è scaduto — disse uno di questi. — Dulaq non l’ha acciuffato.
— Già, ma neanche Odal ha beccato Dulaq.
Il primo giornalista strinse le spalle. — Ora Dulaq dovrà battersi contro Odal, alle sue condizioni.
— Aspettate, stanno uscendo.
Nell’aula, Dulaq e il suo avversario abbandonavano le rispettive cabine.
Ad uno dei cronisti sfuggì un fischio soffocato. — Guardate la faccia di Dulaq! È terrea.
— Non ho mai visto il primo ministro così sconvolto.
