
«Signor Wonder, sono pronto ad ammettere di aver dimenticato molti particolari delle mie passate reincarnazioni. D’altra parte, anche lei ha certo dimenticato molti avvenimenti della sua vita.»
Ed Wonder continuava a sbadigliare, sventolando l’assegno appena compilato per fare asciugare l’inchiostro. «Questo per le spese di viaggio. E ora le faccio un secondo assegno per il furto.»
Reinhold diventò paonazzo per la rabbia. «Accetterò il rimborso spese perché ne ho bisogno. Ma se pensa che abbia cercato di imbrogliarla, signore, si tenga pure i suoi cinquanta dollari.»
«Padronissimo di fare come vuole. Ma firmi comunque la ricevuta dell’intero compenso, per favore.»
Reinhold Miller afferrò la penna, firmò, prese l’assegno del rimborso spese, poi si alzò di scatto e uscì dalla porta imbottita che si apriva sull’atrio. Ed Wonder lo seguì con lo sguardo, poi infilò le carte nella borsa.
Jerry lo chiamò dalla regia. Ed si alzò ed entrò in cabina accendendosi una sigaretta. «Dove diavolo vai a trovare i vestiti, Jerry, nei pacchi dono dell’Esercito della Salvezza?» gli chiese. «Mi rovini il programma. E che cosa fumi in quella pipa preistorica, carbon fossile?»
Il tecnico brontolò qualcosa senza togliersi la pipa di bocca, poi disse: «Non siamo alla televisione. E anche se lo fossimo, non sarei io davanti all’obiettivo delle telecamere. Sei riuscito a fregargli i quattrini, eh, Piccolo Ed?»
«Che cosa dici?»
«A quello là, Alessandro il Grande.»
«Era un imbroglione.»
«Non sono di questo parere. Può darsi che gli manchi una rotella, ma credo che fosse sincero. Era convinto di dire la verità.»
«Secondo me, no. Questo programma ha un bilancio limitato, Jerry.»
«Eh, già. E se avanza qualche spicciolo alla fine del mese, va a finire nelle tue tasche.»
«E a te che cosa importa?»
«Niente. Mi piace vederti lavorare. Grazie all’automazione, possono licenziare nove persone su dieci, ma rimarrà sempre con noi l’eterno imbroglione.»
