
Ed Wonder diventò rosso. «Ti consiglio di non ficcare il naso nei miei affari, se non vuoi avere guai.»
Jerry si tolse la pipa di bocca e grugnì divertito. «Guai? Da te, Piccolo Ed? E che cosa mi combineresti?» Si osservò pensoso le nocche della mano destra. «Guai che un bel colpo sui denti non sistemerebbe?»
Ed fece un mezzo balzo indietro. Si riprese e disse con aria cattiva: «Mi hai fatto venire qui per dirmi questo?»
«Il Grassone è venuto a cercarti mentre eri in trasmissione. Vuole vederti.»
«Mulligan? Che cos’è venuto a fare a quest’ora?»
Ed Wonder si voltò e se ne andò senza aspettare la risposta. La porta a isolamento acustico della cabina di regia dava in un piccolo atrio. Accanto c’erano due porte identiche: quella dello Studio Tre, che Ed Wonder aveva utilizzato per la trasmissione, e quella del corridoio degli uffici.
Percorse il corridoio ed entrò nel suo ufficio; prima di andare al suo tavolo a lasciare la borsa, però, si fermò davanti alla scrivania di Dolly. Alla vista della ragazza, fece finta di svenire.
«Santo cielo! Che cosa ti sei fatta alla testa?»
Dolly si sfiorò i capelli con una mano. «Ti piace, Piccolo Ed? È l’ultimissimo grido dall’Italia. Si chiama “Acconciatura Fantasia”.»
Lui scosse la testa, assumendo un’espressione di finto dolore, «Non verrà mai la moda dei capelli naturali?» chiese, in tono tragicomico. Poi, con la solita voce: «Senti, Dolly, cerca di essere più sveglia quando sono in trasmissione, capito? Non c’è bisogno di sprecare tante parole. Taglia corto. Bastava che dicessi: il professor Dee, domande. Non sono stupido. Avrei afferrato al volo.»
La ragazza strinse le labbra. «Sì, signor Wonder.»
«Bene, ricordatelo.»
Andò al suo tavolo e chiuse a chiave la borsa in un cassetto. Si avviò poi all’ufficio di Matthew Mulligan sistemandosi la cravatta a farfalla. Davanti alla porta esitò un attimo prima di bussare due volte, piano.
