Herrig emise un borbottio, ma lasciò il telo mimetico arrotolato alle sbarre della cupola.

— Prima di sparare, aspetti che abbia sistemato le anatre da richiamo — soggiunsi. Indicai la posizione degli altri cacciatori. — E non spari verso la foce dell’immissario. Là ci sarò io, sulla barca.

Herrig non rispose.

Scrollai le spalle e tornai alla barca. Izzy era rimasta seduta dove le avevo ordinato di stare, ma dai muscoli tesi e dallo scintillio degli occhi capivo che in spirito saltellava avanti e indietro come un cucciolo. Le accarezzai il collo, senza salire sulla barca. — Ancora qualche minuto, bella — mormorai. Liberata dall’ordine di stare ferma, Izzy corse a prua e io cominciai a rimorchiare la barca verso la foce dell’immissario.

I luminosi ragnatelidi erano scomparsi e in alto svanivano le scie delle piogge di meteoriti, mentre la luce che precede l’alba s’addensava in un lucore latteo. La sinfonia d’insetti e il gracidio delle bande d’anfibi lungo i banchi di fango lasciavano posto ai richiami mattutini degli uccelli e di tanto in tanto al grugnito di un’aguglia che gonfiava la vescica in segno di sfida. A est il cielo cominciava a scurirsi nel color lapislazzuli del pieno giorno.

Tirai la barca al riparo delle fronde, con un gesto ordinai a Izzy di restare a prua e da sotto i banchi tolsi quattro anatre da richiamo. Lungo la riva c’era un sottilissimo strato di ghiaccio, ma il centro della palude era libero; cominciai a sistemare le anatre da richiamo, mettendole in funzione una alla volta. L’acqua m’arrivava sempre al petto.

Tornato alla barca, m’acquattai accanto a Izzy, nascosto dalle fronde. Allora giunsero le anatre vere. Izzy le sentì per prima: s’irrigidì e alzò il naso, come se le fiutasse nel vento. L’attimo dopo si udì il fruscio d’ali. Mi sporsi a scrutare dal fogliame in continuo movimento.



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