Mancava una decina di minuti al sorgere del sole.

— Era ora che si ricordasse di me, crocesanta! — sbottò il grassone, mentre m’avvicinavo a guado. Era già entrato nella botte e si era bagnato i calzoni di stoffa camaleonte. Bolle di metano fra la barca e la foce dell’immissario indicavano la presenza di una grossa sacca di fanghiglia mobile, per cui, quando andavo e tornavo, dovevo tenermi vicino al banco di fango.

— Non la paghiamo per sprecare così il suo tempo, crocesanta! — ringhiò ancora, senza togliersi di bocca il grosso sigaro.

Annuii, gli tolsi di bocca il sigaro acceso e lo tirai lontano dalla sacca di fanghiglia mobile: per nostra fortuna, le bolle di metano non avevano preso fuoco. — Le anatre sentono l’odore del fumo — dissi, senza badare al fatto che era rimasto a bocca aperta e che diventava sempre più rosso.

M’infilai nella cinghia di traino e rimorchiai la botte in piena palude, aprendomi col petto un varco fra le alghe rosse e arancione che dal mio ultimo passaggio avevano già ricoperto la superficie dell’acqua.

Accarezzando la costosa e inutile carabina a energia, Herrig mi lanciò un’occhiata velenosa. — Ragazzo — mi apostrofò — stai attento a come parli o t’insegno io, crocesanta! — Il suo poncho e il giubbotto di stoffa camaleonte non erano ben chiusi, lasciavano scorgere intorno al collo lo scintillio di una doppia croce d’oro della Pax e sul petto il rosso gonfiore del vero e proprio crucimorfo. Herrig era un cristiano rinato.

Rimasi in silenzio e sistemai nel modo dovuto la sua botte, a sinistra dell’immissario. Ora quei quattro esperti potevano sparare verso il centro della palude senza colpirsi l’un l’altro. — Tiri giù il telo e guardi dalla feritoia — dissi, staccando la cinghia di traino e legandola a una radice di chalma.



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