Nel centro della palude le anatre da richiamo nuotavano e col becco si lisciavano le penne. Una inarcò il collo e lanciò il richiamo, proprio mentre i veri germani reali comparivano sopra la linea d’alberi a sud. Tre germani si staccarono dallo stormo, protesero le ali per frenare e scivolarono lungo rotaie invisibili verso la palude.

Provai il brivido che sento sempre in un momento del genere: la gola mi si serra e il cuore accelera i battiti, pare fermarsi per un istante e mi duole realmente. Ho trascorso gran parte della vita in regioni remote, osservando la natura; ma il confronto con una simile bellezza tocca sempre nel mio intimo qualcosa che non ho parole per definire. Accanto a me, Izzy era rigida e immobile come statua d’ebano.

Allora iniziarono gli spari. I tre con la doppietta aprirono subito il fuoco e continuarono con la rapidità con cui riuscivano a espellere le cartucce. La carabina a energia tagliò l’aria sopra la palude, col suo sottile raggio di luce viola chiaramente visibile nella bruma mattutina.

Il primo germano reale fu colpito di sicuro da due o tre rose di pallini: si disintegrò in un’esplosione di penne e d’interiora. Il secondo ripiegò le ali e cadde a piombo, ormai privo d’ogni grazia e bellezza. Il terzo scivolò sulla destra, riprese l’assetto appena prima di toccare l’acqua, batté le ali per risalire. Il raggio d’energia lo seguì, tranciando foglie e rami, simile a una falce silenziosa. Gli spari risuonarono di nuovo, ma il germano parve anticiparli: si tuffò verso la palude, virò a destra, puntò dritto sulla foce dell’immissario.

Dritto su Izzy e su di me.

Volava a non più di due metri dall’acqua. Batteva con forza le ali, deciso a sfuggire ai cacciatori. Capii che voleva passare sotto gli alberi e seguire il corso d’acqua. L’insolito schema di volo aveva portato il germano reale fra le posizioni d’appostamento, ma i quattro cacciatori sparavano ancora.



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