Con la gamba destra spinsi la barca fuori del nascondiglio tra le fronde. — Cessate il fuoco! — gridai, col tono di comando che avevo acquisito nella breve carriera come sergente della Guardia Nazionale. Due smisero di sparare. Un fucile e la carabina a energia continuarono. Senza la minima esitazione il germano reale oltrepassò la barca, un metro alla nostra sinistra.

Izzy tremò in tutto il corpo e spalancò la bocca, come sorpresa che il germano ci sfiorasse a bassa quota. Il fucile non sparò, ma il raggio viola parve fare una panoramica su di noi nella foschia che cominciava a schiarirsi. Lanciai un grido e spinsi Izzy sul fondo della barca, fra i banchi.

Il germano reale lasciò il tunnel di rami di chalma alle nostre spalle e batté le ali per prendere quota. All’improvviso ci fu puzza d’ozono e una linea di fiamma perfettamente retta frustò la poppa della barca. Mi appiattii sul fondo, afferrai per il collare Izzy e la tirai vicino a me.

Il raggio viola mancò d’un millimetro le mie dita chiuse sul collare. Notai un breve lampo di stupore negli occhi di Izzy; poi il Labrador cercò d’appoggiarmi sul petto la testa, come faceva da cucciolo quando aveva qualcosa da farsi perdonare. Nel movimento, la testa e una parte del collo si staccarono dal resto del corpo e caddero con un lieve tonfo. Stringevo ancora il collare; il corpo di Izzy premeva contro il mio, le sue zampe anteriori tremavano ancora contro il mio petto. Poi il sangue m’inondò, sgorgando a fiotti dalle arterie recise di netto; rotolai da parte, scostando il corpo del cane decapitato e scosso dagli spasmi. Il sangue era caldo e sapeva di rame.

Il raggio d’energia frustò di nuovo l’aria, tagliò un grosso ramo di chalma a un metro dalla barca, svanì come se non fosse mai esistito.

Mi alzai a sedere e guardai il signor Herrig. Il grassone si accendeva un sigaro e teneva di traverso sulle ginocchia la carabina a energia. Il fumo del sigaro si mescolava ai riccioli di nebbia che s’alzavano ancora dalla palude.



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