
Scavalcai la bassa fiancata della barca ed entrai in acqua. Il sangue di Izzy turbinava intorno a me, mentre avanzavo a guado verso il signor Herrig.
Vedendomi arrivare, Herrig alzò la carabina e la tenne contro il petto, nella posizione di portat’arm. — Bene — disse, senza togliersi di bocca il sigaro — si decide a recuperare le anatre che ho colpito oppure ha deciso di lasciarle qui a galleggiare finché non marci…
Con la sinistra afferrai il poncho camaleonte e tirai verso di me il grassone. Herrig cercò d’alzare la carabina, ma con la destra gliela strappai e la gettai lontano nella palude. Allora lui lasciò cadere il sigaro e mi gridò qualcosa; lo tirai via dal sedile, facendolo finire in acqua. Riemerse, sputacchiando alghe. Lo colpii una volta, con forza, in piena bocca. Sentii che le nocche mi si scorticavano: gli avevo spezzato parecchi denti. Herrig ricadde all’indietro; con un tonfo sordo batté la nuca contro l’intelaiatura della botte e finì di nuovo sott’acqua.
Aspettai che sporgesse di nuovo il viso, slavato e grassoccio come il ventre d’un pesce morto; appena lo vidi riemergere, lo spinsi sotto e rimasi a guardare le bolle d’aria che gorgogliavano in superficie, mentre lui agitava le braccia e con i pugni mi colpiva inutilmente i polsi. Nel loro appostamento, gli altri tre cacciatori cominciarono a gridare. Non me ne curai.
Quando le braccia di Herrig ricaddero e il flusso di bolle si ridusse a un debole rivolo, lasciai quell’idiota e arretrai d’un passo. Per un istante pensai che non sarebbe più riemerso, ma poi il grassone schizzò a galla e si aggrappò al bordo della botte. Vomitò acqua e alghe. Gli girai le spalle e andai dagli altri tre.
— Per oggi basta — dissi. — Datemi i fucili. Torniamo indietro.
Tutt’e tre aprirono bocca per protestare, videro il mio sguardo e il viso sporco di sangue, mi diedero i fucili.
