
— Recuperi il suo amico — dissi all’ultimo, Poneascu. Riportai sulla barca i fucili, li scaricai, li chiusi a chiave nel compartimento impermeabile di prua e portai a poppa le scatole di cartucce. Notai, mentre lo calavo dalla fiancata, che il corpo di Izzy cominciava a irrigidirsi. Il fondo della barca era inzuppato di sangue. Tornai a poppa, misi via le cartucce e aspettai, appoggiato alla pertica.
Alla fine i tre cacciatori arrivarono, movendo goffamente la pagaia per spingere le botti e rimorchiando quella dov’era scompostamente seduto Herrig. Il grassone, livido in viso, era ancora piegato in due contro il bordo. Gli altri tre salirono sulla barca e cercarono di tirare a bordo le botti.
— No, legatele a quella radice di chalma — dissi. — Più tardi verrò a prenderle.
Legarono le botti e cercarono di tirare a bordo Herrig come se fosse un grasso pesce. Gli unici rumori erano il cinguettio e il ronzio che segnavano il risveglio degli uccelli e degli insetti, oltre ai continui conati di vomito di Herrig. Quando anche lui fu a bordo, mentre gli altri borbottavano, seduti, spinsi con la pertica la barca fino alla piantagione; intanto il sole eliminò gli ultimi vapori del mattino che si alzavano dalle acque scure.
E la storia sarebbe dovuta finire lì. Ma, naturalmente, non finì lì.
Preparavo la colazione nella vecchia cucina, quando Herrig uscì dalla baracca dormitorio, impugnando una tozza pistola a dardi dell’esercito. Su Hyperion quell’arma era illegale: la Pax ne vietava l’uso a tutti, esclusa la Guardia Nazionale. Scorgevo il viso livido e cereo degli altri tre che dalla porta del dormitorio guardavano Herrig, annebbiato dai fumi del whisky, avanzare a passo malfermo nella cucina.
Il grassone non seppe resistere all’impulso di pronunciare un breve e melodrammatico discorso, prima di uccidermi. — Tu, crocesanto figlio di puttana… — iniziò. Ma non rimasi a sentire il resto. Mentre lui sparava dal fianco, mi gettai a tuffo.
