Seimila fléchettes d’acciaio fecero a pezzi il fornello, la casseruola di stufato ancora sul fuoco, il lavello, la finestra sopra il lavello, gli scaffali e il vasellame sugli scaffali. Cibo, plastica, porcellana e vetro mi piovvero sulle gambe, mentre strisciavo sotto il bancone aperto per afferrare le gambe di Herrig che intanto si sporgeva sul ripiano per innaffiarmi con un’altra scarica di fléchettes.

Afferrai per le caviglie il grassone e tirai. Herrig cadde di schiena, con un tonfo che sollevò dal pavimento di legno tanta di quella polvere da bastare per dieci anni. Gli montai sulle gambe, rifilandogli intanto una ginocchiata all’inguine, e gli afferrai il polso, con l’intenzione di strappargli la pistola. Aveva una salda presa sul calcio e il dito sul grilletto. Il caricatore emise un lieve sibilo e un’altra cartuccia di fléchettes entrò nella camera di scoppio. Sentii sul viso l’alito puzzolente di whisky e di sigaro, mentre Herrig, con una smorfia di trionfo, forzava verso di me la bocca dell’arma. Con un unico movimento urtai col braccio il polso di Herrig e la pesante pistola, spingendola a incastrarsi sotto la sua serie di menti. Per un attimo incrociammo lo sguardo, mentre i suoi sforzi per liberarsi gli facevano completare la pressione sul grilletto.


Spiegai a uno degli altri tre cacciatori come usare la radio tenuta nella stanza comune e nel giro di un’ora sul prato erboso si posò uno skimmer della polizia della Pax. Sul continente c’era solo una decina di skimmer in buone condizioni, per cui la vista del nero velivolo della Pax come minimo faceva rinsavire.

Mi legarono i polsi, mi piantarono alla tempia un persuasore corticale e mi sbatterono nella cella nel retro del velivolo. Rimasi lì, gocciolando sudore per il caldo, mentre gli specialisti di medicina legale, addestrati dalla Pax, usavano una sottile pinzetta nel tentativo di recuperare dal pavimento e dalla parete, tutti bucherellati, ogni frammento del cranio sbriciolato e dei tessuti cerebrali spappolati di Herrig.



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