Poi, interrogati gli altri cacciatori e ritrovato di Herrig quant’era possibile ritrovare, gli agenti caricarono sullo skimmer il cadavere impacchettato, mentre li osservavo dal finestrino di perspex. Le pale di sollevamento gemettero e i ventilatori mi regalarono un soffio d’aria fresca proprio quando pensavo di non riuscire più a respirare; lo skimmer si alzò in volo, girò una volta intorno alla piantagione e puntò a sud, verso Port Romance.


Sei giorni dopo, si tenne il processo. I signori Rolman, Rushomin e Poneascu testimoniarono che durante il viaggio alla palude avevo insultato il signor Herrig e poi l’avevo assalito. Dissero che il mio cane da caccia era rimasto ucciso nella zuffa iniziata da me. Affermarono che, tornati alla piantagione, avevo brandito l’illegale pistola a fléchettes e minacciato di ucciderli tutti. Herrig aveva tentato di strapparmi l’arma. Io gli avevo sparato a bruciapelo, sbriciolandogli letteralmente la testa.

Il signor Herrig fu l’ultimo a testimoniare. Ancora scosso e pallido dopo i tre giorni per la risurrezione, vestito in completo scuro e cappa, confermò con voce incerta la testimonianza degli altri tre e descrisse subito il brutale assalto. Il mio difensore d’ufficio si astenne dal controinterrogarlo. In quanto cristiani rinati in buoni rapporti con la Pax, non fu possibile obbligare gli altri a testimoniare sotto l’influenza della veritina o di altri prodotti chimici o mezzi elettronici di verifica. Mi dichiarai disposto a sottopormi alla veritina o alla scansione totale, ma il pubblico ministero obiettò che quei sistemi erano non pertinenti e il giudice approvato dalla Pax accettò l’obiezione. Il mio avvocato non protestò.

Non c’era giuria. Il giudice impiegò meno di venti minuti per emettere il verdetto. Colpevole, condannato a morte mediante neuroverga.



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