Mi alzai e chiesi che la sentenza fosse rimandata finché non avessi avvertito mia zia e i miei parenti nel nord Aquila e li avessi visti per l’ultima volta. La richiesta fu respinta. L’esecuzione fu stabilita per il giorno seguente, all’alba.

3

Quella sera venne a farmi visita un prete del monastero della Pax di Port Romance. Era un ometto piuttosto nervoso, dai radi capelli biondi, con una lieve balbuzie. Appena entrato nel parlatorio privo di finestre, si presentò come padre Tse e con un gesto allontanò le guardie.

— Figliolo — cominciò… e a me venne da sorridere, perché il prete pareva più o meno della mia età. — Figliolo… sei pronto per domani?

Mi passò subito la voglia di sorridere. Scrollai le spalle.

Padre Tse si mordicchiò il labbro. — Non hai accettato Nostro Signore… — disse, con voce tesa per l’emozione.

Provai l’impulso di scrollare di nuovo le spalle. Dissi invece: — Non ho accettato il crucimorfo, Padre. Potrebbe non essere la stessa cosa.

Mi fissò con occhi insistenti, quasi supplichevoli. — È davvero la stessa cosa, figliolo! Nostro Signore l’ha rivelato.

Rimasi in silenzio.

Padre Tse posò il breviario e mi toccò i polsi legati. — Se ti penti stasera e accetti Gesù Cristo come tuo personale Salvatore, dopo tre giorni da… da domani… risorgerai per vivere di nuovo nella grazia del perdono di Nostro Signore — disse. Mi fissò senza battere ciglio. — Lo sai, vero, figliolo?

Ricambiai lo sguardo. Un detenuto nel vicino blocco di celle aveva urlato per gran parte delle ultime tre notti. Mi sentivo stanchissimo. — Sì, Padre — risposi. — So come agisce il crucimorfo.

Padre Tse scosse con vigore la testa. — Non il crucimorfo, figliolo. La grazia di Nostro Signore.

Annuii. — Lei, Padre, ha affrontato la risurrezione?



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