Il prete abbassò gli occhi. — Non ancora, figliolo. Ma non ho paura di quel giorno. — Tornò a guardarmi in viso. — Neanche tu devi avere paura.

Chiusi gli occhi per un attimo. Negli ultimi sei giorni avevo pensato proprio a quello, quasi in continuazione. — Senta, Padre — replicai — non voglio ferire i suoi sentimenti, ma qualche anno fa ho deciso di non accettare il crucimorfo e non mi pare che questo sia il momento giusto per cambiare idea.

Padre Tse si sporse, con occhi che risplendevano. — Qualsiasi momento è quello giusto per accettare Nostro Signore, figliolo. Domani, dopo il sorgere del sole, non ci sarà più tempo. Il tuo corpo privo di vita sarà portato fuori di qui e gettato in mare, semplice cibo per i pesci che si cibano di carogne, al largo della baia…

Per me non era un’immagine nuova. — Sì — dissi — so qual è la pena per un assassino messo a morte senza che si converta. Ma ho quest’affare… — Toccai il persuasore corticale, ora stabilmente incollato alla tempia. — Non è necessario un simbionte crucimorfo incastonato nel petto, per rendermi più schiavo.

Padre Tse si ritrasse come se l’avessi schiaffeggiato. — Il semplice impegno di una vita dedicata a Nostro Signore non è schiavitù — replicò, gelido, tanto in collera da non balbettare neppure. — Milioni di persone si sono spontaneamente impegnati, prima ancora che fosse loro offerto il tangibile dono celeste dell’immediata risurrezione. Ora miliardi di persone accettano con gratitudine questo dono. — Si alzò. — Hai la possibilità di scelta, figliolo. Eterna luce, con il dono di una vita quasi illimitata in questo mondo dove servire Cristo, o le tenebre eterne.

Mi strinsi nelle spalle e guardai dall’altra parte.

Padre Tse mi benedisse, mi salutò con un misto di tristezza e di disprezzo, si girò, chiamò le guardie e se ne andò. Dopo un minuto sentii nel cranio una fitta di dolore: le guardie avevano stuzzicato il persuasore corticale per riaccompagnarmi in cella.



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