— Che siano cose davvero avvenute? I pellegrini e lo Shrike e tutto il resto? — Esitai qualche secondo. C’era chi credeva a tutte le storie narrate nei Canti. E c’era chi non credeva a nessuna di esse, chi pensava che fossero miti e farneticazioni messe insieme per aggiungere mistero all’orrenda guerra e alla confusione che era stata la Caduta. — A dire il vero, non ci ho mai pensato — risposi francamente. — Ha importanza?

Il vecchio parve soffocare; poi capii che quel suono gorgogliante era una risatina. — No, in realtà — rispose infine. — Ora, ascolta. Ti spiegherò gli elementi essenziali del… dell’incarico. Quando parlo, spendo energia, perciò non fare domande finché non avrò terminato. — Batté le palpebre e con la mano simile a un artiglio maculato indicò il lettino coperto da un lenzuolo bianco. — Vuoi sederti?

Scossi la testa e rimasi in piedi.

— Bene — disse il vecchio. — La mia storia inizia duecentosettanta e passa anni fa, durante la Caduta. Uno dei pellegrini di cui si parla nei Canti era una mia amica. Si chiamava Brawne Lamia. Era una persona reale. Dopo la Caduta, dopo la morte dell’Egemonia e l’apertura delle Tombe del Tempo, Brawne Lamia mise al mondo una figlia. L’aveva chiamata Diana, ma la bambina era ostinata e appena fu in grado di parlare, cambiò nome. Per un poco fu conosciuta come Cynthia, poi come Cate, diminutivo di Ecate, e poi, quando ebbe dodici anni, pretese che amici e familiari la chiamassero Temis. L’ultima volta che la vidi, si chiamava Aenea…

Il vecchio si fermò e mi scrutò a occhi socchiusi. — Pensi che questo non abbia importanza… ma i nomi sono importanti! Se tu non portassi il nome di questa città, a sua volta battezzata col nome di un antico poema, non saresti mai stato notato da me e adesso non ti troveresti qui. Saresti morto. Cibo per i vermisquali del Grande Mare Meridionale. Capisci, Raul Endymion?



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