— No — risposi.

Scosse la testa. — Non importa. Dov’ero rimasto?

— L’ultima volta la bambina si chiamava Aenea.

— Ah, sì. — Chiuse di nuovo gli occhi. — Non era particolarmente bella, ma era… unica. Chiunque l’avesse conosciuta, sentiva che era diversa. Speciale. Non viziata, malgrado la stupida faccenda del nome cambiato di continuo. Solo… differente. — Sorrise, mettendo in mostra le gengive rosee. — Hai mai incontrato qualcuno che sia profondamente diverso, Raul Endymion?

Esitai solo un secondo. — No — risposi. Ma non era vero. Quel vecchio era diverso. Però sapevo che la domanda non riguardava lui.

— Cate… Aenea… era diversa — proseguì. — Sua madre lo sapeva. Brawne sapeva che sua figlia era speciale, prima ancora che la bambina nascesse… — Si fermò e socchiuse gli occhi quanto bastava a scrutarmi. — Hai sentito questa parte dei Canti?

— Sì — risposi. — Un’entità cìbrida aveva predetto che la donna di nome Lamia avrebbe generato una figlia conosciuta come Colei Che Insegna.

Pensai che il vecchio stesse per sputare. — Un appellativo stupido — disse. — Per il periodo in cui la conobbi, nessuno la chiamò in quel modo. Aenea era solo una bambina. Brillante e ostinata, ma bambina. Ciò che aveva di unico, esisteva solo potenzialmente. Ma poi…

Lasciò morire la frase e i suoi occhi parvero velarsi. Come se avesse perduto il filo del discorso. Aspettai in silenzio.

— Ma poi Brawne Lamia morì — disse il vecchio dopo alcuni minuti, con voce più forte, come se non ci fosse stata interruzione nel monologo. — Aenea scomparve. Aveva dodici anni. Tecnicamente ero il suo tutore, ma lei non mi chiese il permesso di scomparire. Un giorno se ne andò e da lei non ebbi più notizie. — S’interruppe di nuovo: pareva una macchina che di tanto in tanto si esauriva e doveva essere ricaricata.

— A che punto ero? — disse dopo un poco.



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