
— Vieni più vicino — mormorò il vecchio poeta, movendo ancora il dito giallastro per chiamarmi. Mi chinai su di lui. Il respiro di quella vecchissima creatura pareva vento secco che uscisse da una tomba spalancata: privo di odore, ma antico, in un certo modo richiamava alla mente secoli dimenticati. Il poeta bisbigliò:
Ritrassi la testa e annuii, come se il vecchio avesse detto qualcosa d’assennato. Era chiaramente pazzo.
Quasi m’avesse letto nel pensiero, il vecchio ridacchiò. — Spesso m’hanno definito pazzo, quelli che sottovalutano il potere della poesia. Non decidere subito, Raul Endymion. Ci rivedremo più tardi a cena e concluderò la descrizione della sfida. Decidi dopo. Per ora… riposa! La morte e la risurrezione t’avranno stancato di sicuro. — S’ingobbì ed emise quel suono secco e gorgogliante che ormai riconoscevo come risata.
L’androide mi riaccompagnò nella mia stanza. Dalle finestre della torre colsi rapidi scorci di corti interne e di edifici aggiunti. Vidi anche un altro androide, anch’esso maschio, camminare davanti alle vetrate verticali, dall’altra parte del cortile.
La mia guida aprì la porta e arretrò d’un passo. Mi resi conto che non sarei stato chiuso nella stanza: non ero prigioniero.
— Il suo abito da sera è pronto, signore — disse l’androide. — Naturalmente lei è libero di andarsene o di girare a piacimento nella zona della vecchia università. Mi permetto però d’avvertirla, signor Endymion, che nella foresta e nelle montagne qui intorno ci sono animali pericolosi.
Annuii e sorrisi. Gli animali pericolosi non m’avrebbero impedito di andarmene, se avessi voluto. Al momento, non volevo.
Allora l’androide si girò per andarsene e io, agendo d’impulso, mossi un passo e feci un’azione che avrebbe cambiato per sempre il corso della mia vita.
