— Un momento — dissi. Tesi la mano. — Non siamo stati presentati. Raul Endymion.

Per un poco l’androide si limitò a guardare la mia mano tesa e in quel momento fui sicuro d’avere infranto chissà quale protocollo. In fin dei conti, secoli fa, quando erano stati biocostruiti per essere impiegati nell’espansione dell’Egira, gli androidi erano considerati creature un po’ inferiori alla razza umana. Poi l’uomo artificiale mi strinse la mano e la scosse con forza. — A. Bettik — disse in tono dimesso. — Lieto di conoscerla.

A. Bettik. Il nome mi ricordò qualcosa che non riuscii a precisare. — Mi piacerebbe parlare con te, A. Bettik — dissi. — Apprendere altri particolari su… su di te e su questo posto e sul vecchio poeta.

L’androide alzò gli occhi e nel suo sguardo mi parve di scorgere un lampo come di divertimento. — Sì, signore — disse. — Sarei felice di parlare con lei. Purtroppo dovremo rimandare a più tardi, perché al momento devo sovrintendere a diversi incarichi.

— A più tardi, allora. La considero una promessa.

A. Bettik annuì e scese la scala della torre.

Entrai nella mia stanza. A parte il letto rifatto e un elegante abito da sera ben piegato, la stanza era uguale a prima. Andai alla finestra e guardai al di là delle rovine dell’Università di Endymion. Alti semprazzurri stormivano nella fresca brezza. Foglie viola cadevano dal boschetto di weir accanto alla torre e frusciavano sulla pavimentazione a lastre di pietra, venti metri più in basso. Foglie di chalma spargevano nell’aria la caratteristica fragranza di cinnamomo. Ero cresciuto a qualche centinaio di chilometri da lì, verso nordest, nelle brughiere di Aquila, fra quelle montagne e la zona conosciuta come il Becco, ma qui la gelida freschezza dell’aria di montagna era nuova per me. Il cielo pareva di un turchese più intenso di quanto non avessi mai visto nelle brughiere e nelle pianure. Mi riempii i polmoni dell’aria autunnale e sorrisi: qualsiasi bizzarria mi riservasse il destino, ero maledettamente felice d’essere vivo.



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