Ricordo che la maggior parte di quei tre anni fu solo una noiosa routine interrotta dalla spiacevole eccezione dei quattro mesi nei quali fui inviato nell’Artiglio di Ghiaccio per combattere gli indigeni durante la rivolta di Ursa. Congedato dalla Guardia Nazionale, lavorai come buttafuori e croupier di blackjack in uno dei peggiori casinò delle Nove Code; per due piovose stagioni pilotai una chiatta lungo il corso superiore del Kans, e poi lavorai come apprendista dell’architetto di giardini Avrol Hume in alcune tenute del Becco. Ma evidentemente per gli storiografi di Colei Che Insegna, quando si trattò di precisare la precedente occupazione del suo più stretto discepolo, il termine "pastore" suonava meglio. "Pastore" ha un simpatico suono biblico.

Non ho obiezioni alla qualifica di pastore. Ma in questa storia sarò visto come pastore di un gregge formato da una sola, infinitamente importante, pecora. E io, più che trovarla, quella pecora l’ho perduta.

Quando la mia vita cambiò per sempre e questa storia ebbe il suo vero inizio, avevo ventisette anni, ero più alto della media locale, possedevo poche caratteristiche degne di nota, a parte i grossi calli alle mani e l’amore per le idee strampalate, e lavoravo come guida di cacciatori nelle paludi sopra la baia Toschahi, un centinaio di chilometri a nord di Port Romance. A quel punto della mia vita avevo già imparato qualcosa sul sesso e molto sulle armi, avevo scoperto di prima mano la forza dell’avidità negli affari umani, avevo imparato a usare per sopravvivere i pugni e quel po’ d’intelligenza avuto in sorte, ero curioso su moltissime cose ed ero convinto che il resto della vita non m’avrebbe riservato grandi sorprese.

Ero un idiota.

Cos’altro ero nell’autunno di quel mio ventottesimo anno si potrebbe descrivere per la maggior parte in termini negativi. Non ero mai uscito da Hyperion e non immaginavo che un giorno avrei lasciato quel pianeta.



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