
Non sapevo niente.
Così, nei primi giorni d’autunno del mio ventottesimo anno, felice nella mia ignoranza e stolto nella convinzione che niente d’importante sarebbe mai cambiato, commisi l’errore che m’avrebbe fruttato una condanna a morte e che avrebbe dato inizio alla mia vera vita.
Le paludi sopra la baia Toschahi sono pericolose e malsane, immutate da molto prima della Caduta; ma centinaia di ricchi cacciatori, parecchi provenienti da altri pianeti, vi si recano ogni anno a caccia d’anatre. Quasi tutti i proto-germani reali, dopo essere stati rigenerati e messi in libertà dalle astronavi coloniali sette secoli fa, morirono in breve tempo, perché incapaci d’adattarsi al clima di Hyperion o perché uccisi dai predatori indigeni; ma alcuni sopravvissero nelle paludi del centronord di Aquila. Così giunsero i cacciatori. E io facevo da guida.
Eravamo quattro guide e avevamo come base una piantagione abbandonata di fibroplastica, situata in una stretta lingua d’argilla scistosa e di fango tra le paludi e un affluente del Kans. Gli altri tre si occupavano di pesca e di caccia grossa, perciò nella stagione delle anatre avevo tutta per me la piantagione e gran parte delle paludi. Queste ultime erano una zona acquitrinosa semitropicale con fitta vegetazione di chalma, foreste di weir e più modesti boschi di giganteschi prometei nelle zone rocciose sopra le piane inondate; ma nel frizzante inizio dell’autunno, i germani reali si fermavano in quella zona durante la migrazione dalle isole meridionali ai laghi delle remote regioni dell’altopiano Punta d’Ala.
