
Un’ora e mezzo prima dell’alba svegliai i quattro "cacciatori". Per colazione avevo preparato prosciutto, pane tostato e caffè, ma i quattro, uomini d’affari dal fisico sovrappeso, brontolarono e imprecarono mentre la divoravano. Ricordai loro di controllare e pulire le armi: tre avevano fucili da caccia, il quarto era stato tanto sciocco da portarsi un’antica carabina a energia. Mentre loro brontolavano e s’ingozzavano, andai dietro la baracca e mi sedetti accanto a Izzy, una femmina di Labrador da riporto che avevo preso da cucciolo. Izzy aveva capito che saremmo andati a caccia: l’accarezzai sulla testa e sul collo, in modo che si calmasse.
Quando lasciammo la piantagione invasa d’erbacce e ci allontanammo in una barca a fondo piatto, spuntavano ormai le prime luci. Ragnatelidi radianti svolazzavano nei tunnel bui formati dai rami e sugli alberi. I cacciatori — Rolman, Herrig, Rushomin e Poneascu — sedevano sui banchi di prua, mentre io usavo la pertica per spingere la barca. Izzy e io eravamo separati da loro dal gruppo di botti d’appostamento, ripari mimetici galleggianti la cui base arrotondata mostrava ancora la fibra del guscio di fibroplastica. Rolman e Herrig indossavano costosi poncho di stoffa camaleonte, ma attivarono il polimero solo quando fummo ben dentro l’acquitrino. Mentre ci avvicinavamo alle paludi d’acqua dolce dove si sarebbero posati i germani reali, dissi ai cacciatori di smetterla di parlare a voce così alta. Tutt’e quattro mi guardarono storto, ma abbassarono il tono e dopo un poco si zittirono.
La luce bastava quasi per leggere, quando fermai la barca al limitare della palude da caccia e misi in acqua le botti. M’infilai la tuta impermeabile ed entrai nell’acqua che m’arrivava al petto. Izzy, con occhi accesi, si sporse dalla barca, ma con un gesto le ordinai di non saltare giù e lei, tremando d’eccitazione, tornò a sedersi.
