
«Sì,» disse Elizabeth. «Lo sono.» Quando era tornata a casa si era tolta il maglione leggero e ne aveva indossato uno pesante di lana, ma aveva ancora freddo. Si sfregò le mani sugli avambracci. «Vuole del caffè?»
«Sì,» rispose l’altra. Seguì Elizabeth in cucina e le chiese di Paul, del suo lavoro e se avevano figli, mentre Elizabeth preparava il caffè e tirava fuori la panna, lo zucchero e un vassoio di biscotti che aveva cucinato per la serata dopo il concerto.
«Ti leggo dei nomi dalla lista dei dispersi senza speranza, e se sai cosa è successo a qualcuno di loro, interrompimi. Carolyn Waugh, Pam Callison, Linda Bohlender.» Era arrivata diversi nominativi più avanti di Cheryl Tibner quando Elizabeth si rese conto che si trattava di Tib.
«Ho visto Tib l’estate scorsa a Denver,» disse. «Da sposata si chiama Scates, ma sta per divorziare, e non so se riprenderà il cognome da signorina.»
«Cosa fa?» chiese Sandy.
Beve troppo, pensò Elizabeth, e si è fatta crescere i capelli, ed è troppo magra. «Lavora per un agente di cambio,» disse, e andò a prendere l’indirizzo che le aveva lasciato Tib. Sandy se lo appuntò, sfogliò alla sezione etichettata “Trovato” e riscrisse di nuovo nome e indirizzo.
«Vuole dell’altro caffè, signora Konkel?» chiese Elizabeth.
«Ancora non ti ricordi di me, eh?» disse Sandy.
Si alzò in piedi e si tolse la giacca. Sotto indossava una camicetta grigia ricamata con le maniche corte. «Ero la compagna di stanza di Karen Zamora. Ti dice niente Sondra Dickeson?»
