Aveva trovato Bliss, la giovane donna dai capelli neri e gli occhi scuri, la ragazza che era Gaia, proprio come Dom era Gaia… proprio come il granello di sabbia e lo stelo d’erba più vicino era Gaia. Pelorat, con l’ardore tipico della mezza età avanzata, si era innamorato di una donna che aveva meno della metà dei suoi anni, e la ragazza, strano ma vero, sembrava contenta così.

Era strano… però Pelorat era sicuramente felice, e Trevize pensò rassegnato che ognuno doveva trovare la felicità come meglio credeva. Era questo lo scopo dell’individualità… individualità che Trevize, per sua scelta, stava abolendo (era questione di tempo) in tutta la Galassia.

Il dolore ritornò. La decisione che aveva preso, che aveva dovuto prendere, continuava a tormentarlo e…

— Golan!

La voce interruppe i suoi pensieri, e Trevize alzò lo sguardo in direzione del sole, battendo le palpebre.

— Ah, Janov — disse con entusiasmo, con maggiore cordialità del necessario perché non voleva che Pelorat intuisse l’amarezza delle sue riflessioni. Riuscì persino a scherzare: — Vedo che ce l’hai fatta a staccarti da Bliss.

Pelorat scosse la testa. La brezza gli agitava i capelli bianchi e sericei, e il suo viso lungo conservava la stessa espressione solenne di sempre. — A dire il vero, vecchio mio, è stata lei a suggerirmi di venire da te per… per una cosa di cui voglio discutere. Non che non volessi vederti ugualmente, intendiamoci, ma pare che Bliss pensi più rapidamente di me.

Trevize sorrise. — Certo, Janov. Sei qui per salutarmi, immagino.

— Be’, non proprio. Se mai, è vero il contrario. Golan, quando noi due abbiamo lasciato Terminus, io mi prefiggevo di trovare la Terra. In pratica, ho trascorso la mia vita adulta dedicandomi a quell’impresa.

— Ed io continuerò, Janov: l’impresa è mia adesso.

— Sì, ma è anche mia… È ancora mia.



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