
Bentley li osservò. Non avevano per niente l’aria di profughi. Durante la sua carriera gli era capitato di fotografare molti profughi, in diverse parti del mondo. Be’, i profughi di solito erano gente patita e male in arnese, carichi di fagotti e valigie, questi invece erano puliti e in ordine e portavano con sé pochissimo bagaglio, una valigetta o una borsa, come quella che stringeva sotto il braccio l’uomo che gli stava parlando.
— A me non sembrano profughi — disse. — Da dov’è che fuggono?
— Dal futuro — disse l’uomo. — Vi supplichiamo di voler essere indulgenti con noi. Vi assicuro che per noi è questione di vita o di morte.
Questo diede la sveglia a Bentley, che depose la lattina di birra per terra e si alzò. — Sentitemi bene, caro signore — disse. — Se si tratta di un espediente pubblicitario, non scatterò neanche una foto.
— Un espediente pubblicitario? — ripeté l’uomo, chiaramente stupito. — Scusatemi, signore, ma mi sfugge il senso di quello che dite.
Bentley si voltò verso la porta. Continuava a uscir gente, quattro o cinque alla volta e pareva che non finissero mai. La porta era sempre là dove il fotografo l’aveva vista fin dal primo momento, una chiazza scura dai bordi indistinti che nascondeva una parte del prato, ma dietro si vedevano gli alberi e i cespugli e il campo da gioco nel cortile della casa vicina.
Se si trattava di una trovata pubblicitaria, pensò Bentley, bisognava ammettere che era di prim’ordine. Un mucchio di specialisti doveva essersi spremuto il cervello per riuscire a escogitarla. Ma poi, come diavolo avevano fatto a fabbricare quel buco e da dove veniva tutta quella gente?
— Veniamo da un futuro distante cinquecento anni — disse l’uomo. — Fuggiamo dalla estinzione dell’umanità. Chiediamo a voi aiuto e comprensione.
— Se ci casco, sono fritto. Non mi starete mica prendendo in giro? — domandò Bentley fissandolo.
— Naturalmente ci aspettavamo di trovare dell’incredulità — disse l’uomo. — Mi rendo conto che non abbiamo modo di dimostrare la nostra origine. Vi chiediamo, per favore, di accettarci per quel che diciamo di essere.
