Quell’esperienza era stata piuttosto inquietante. E lo era soprattutto la vaga sensazione che il mio insegnante, se avevo interpretato esattamente i suoi modi, aveva avuto ragione: non avevo imparato una lingua nuova, bensì una dimenticata. Certo, non avevo mai appreso un linguaggio con la rapidità e la facilità con cui avevo imparato l’uiguro.

Gli altri membri della spedizione erano rimasti perplessi e preoccupati, naturalmente. Andai subito da loro, e discussi la cosa. Il nostro etnologo era il famoso professor David Barr, di Oxford. Fairchild era propenso a ritenerlo uno scherzo, ma Barr era molto turbato. Disse che secondo la tradizione degli uiguri, i loro antenati avevano la carnagione chiara, i capelli gialli e gli occhi azzurri, ed erano fortissimi. Insomma, erano uomini come me. Erano stati ritrovati alcuni antichi affreschi uiguri che ritraevano esattamente uomini di quel tipo, perciò c’era la prova della fondatezza della tradizione. Tuttavia, se gli uiguri attuali erano davvero i discendenti di quella razza, il sangue antico doveva essersi mescolato e diluito fin quasi al punto di andare perduto.

Domandai che cosa c’entravo io, e Barr rispose che molto probabilmente i miei visitatori mi consideravano un purosangue della razza antica. Anzi, non trovava altre spiegazioni per il loro comportamento. Era convinto che l’esame delle mie mani e la loro manifesta approvazione costituissero una conferma.

Il vecchio Fairchild gli domandò, in tono ironico, se stava cercando di convertirci alla chiromanzia. Barr rispose, gelido, che lui era uno scienziato. Come scienziato, sapeva che certe somiglianze fisiche possono venire tramandate da fattori ereditari nel corso di parecchie generazioni. Certe particolarità nella disposizione delle linee della mano potevano persistere per secoli. E potevano ricomparire nei casi di atavismo, come me.



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