
Ma la considerazione pratica era un’altra: stavo per finire nei guai. E così pure tutti gli altri membri della spedizione. Barr ci consigliò insistentemente di ritornare al vecchio campo, dove ci saremmo trovati fra tribù amiche. In conclusione fece osservare che, da quando eravamo arrivati in quel posto, non un solo mongolo, tartaro o esponente delle tribù con cui io avevo stabilito rapporti così amichevoli si era più avvicinato a noi. Si sedette lanciando un’occhiataccia a Fairchild, e dichiarò che quello non era il consiglio di un chiromante, ma di uno scienziato degno di stima.
Fairchild, naturalmente, si scusò: ma respinse il consiglio di Barr; potevamo aspettare qualche giorno ancora, per vedere come si mettevano le cose. Barr replicò imbronciato che come profeta Fairchild era probabilmente un disastro, ma che molto più probabilmente eravamo tenuti sotto stretta sorveglianza, e non ci avrebbero permesso di andarcene; quindi la cosa non aveva importanza.
Quella notte sentimmo rullare dei tamburi, in distanza, tra vari intervalli di silenzio, sin quasi all’alba, riferendo e rispondendo alle domande di tamburi ancora più lontani.
Il giorno dopo, alla stessa ora, il drappello ritornò. Il capo venne diritto verso di me, ignorando come la volta precedente gli altri che erano al campo. Mi salutò quasi con umiltà. Tornammo insieme alla mia tenda. Ancora una volta venne cinta dalle sentinelle, e subito cominciò la mia seconda lezione, che durò due ore o più. Poi ogni giorno, per tre settimane, la scena si ripeté. Non ci furono conversazioni, né domande estranee, né spiegazioni. Quegli uomini erano lì per un unico scopo ben preciso: insegnarmi la loro lingua. E lo realizzavano ammirevolmente. Pieno di curiosità, ansioso di arrivare in fondo e di scoprire il significato di tutto ciò, non interposi ostacoli, e mi dedicai con il loro stesso rigore a quel compito. Accettarono anche questo come se l’avessero previsto. In tre settimane fui in grado di sostenere una conversazione in uiguro come se fosse inglese.
