L’inquietudine di Barr cresceva.

«La stanno preparando per qualcosa!» diceva. «Darei cinque anni della mia vita per essere nei suoi panni. Ma non mi piace. Ho paura per lei. Ho una paura tremenda!»

Una notte, alla fine della terza settimana, i tamburi rullarono fino all’alba. Il giorno dopo i miei istruttori non comparvero, e neppure il giorno successivo, né quello dopo. Ma i nostri uomini riferivano che c’erano uiguri tutto intorno a noi, e circondavano il campo. Avevano paura, ed era impossibile convincerli a lavorare.

Il pomeriggio del quarto giorno vedemmo una nuvola di polvere scendere rapidamente dal Nord verso di noi. Presto udimmo il suono dei tamburi uiguri. Poi, dalla polvere, emerse un esercito di cavalieri. Erano due o trecento, con le lance scintillanti, e molti avevano anche ottimi fucili. Si fermarono davanti al campo, disponendosi in semicerchio. Il capo dagli occhi freddi che era stato il mio principale istruttore smontò e si fece avanti, conducendo per la briglia un magnifico stallone nero. Era un cavallo grande e forte, diverso da quelli snelli che gli altri montavano: un cavallo che poteva portare facilmente il mio peso.

L’uiguro piegò un ginocchio a terra e mi porse le redini dello stallone. Le presi automaticamente. Il cavallo mi scrutò, mi fiutò, e mi appoggiò il muso sulla spalla. Subito i cavalieri alzarono le lance, gridando qualcosa che non afferrai, poi balzarono di sella e rimasero in attesa.

Il capo si alzò. Trasse dalla tunica un cubetto di antica giada. Tornò a piegare il ginocchio e me lo porse. Sembrava compatto ma, quando lo strinsi, si aprì. Dentro c’era un anello. Era d’oro massiccio, spesso e largo: recava incastonata una pietra gialla trasparente, quadrata, di circa quattro centimetri di lato. E in quella pietra c’era la figura di una piovra nera.



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