I tentacoli si aprivano a ventaglio intorno al corpo. Sembravano protendersi in avanti, attraverso la pietra gialla. Riuscivo a scorgere persino le ventose sulle punte. Il corpo era definito meno chiaramente: era nebuloso, e sembrava perdersi in distanza. La piovra nera non era stata intagliata nella gemma: stava all’interno.

Provavo una strana mescolanza di sensazioni… la repulsione e un bizzarro senso di familiarità, come quello scherzo della mente che causa ciò che viene chiamato doppia memoria, l’impressione di avere già sperimentato la stessa cosa in passato. Senza riflettere, m’infilai l’anello al pollice, dove calzava perfettamente, e lo alzai verso il Sole per scorgere la luce attraverso la pietra. Immediatamente tutti gli uomini si buttarono ventre a terra, prostrandosi davanti all’anello.

Il capitano uiguro mi parlò. Avevo avuto la certezza subconscia che dal momento in cui mi aveva offerto il cubetto di giada lui mi aveva osservato attento. Mi sembrò che adesso, nei suoi occhi, ci fosse un timore reverenziale.

«Il tuo cavallo è pronto…» Usò di nuovo la parola sconosciuta con cui mi avevano acclamato i cavalieri. «Mostrami ciò che vuoi portare con te, ed i tuoi uomini lo prenderanno.»

«Dove andiamo… e per quanto tempo?» chiesi.

«Da un sant’uomo del tuo popolo,» rispose lui. «Per quanto tempo… lui solo può dirtelo.»

Provai un’irritazione momentanea per la disinvoltura con cui si stava disponendo di me. E mi chiesi anche perché mai diceva che i suoi uomini e il suo popolo erano i miei.

«Perché non viene lui da me?» domandai.

«È vecchio,» mi rispose. «Forse non riuscirebbe a completare il viaggio.»

Guardai i cavalieri, che adesso si erano rialzati e stavano accanto ai loro destrieri. Se avessi rifiutato di andare, sicuramente il campo sarebbe stato devastato, se i miei compagni avessero cercato di opporsi alla mia cattura. E poi, ardevo dalla curiosità.



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