
Come quel maledetto rullo di tamburi che avevo udito nel tempio segreto dell’oasi del Gobi, due anni prima!
Allora, come adesso, non era stata soltanto paura. Era paura, in verità, ma colorata di sfida… la sfida della vita contro la sua negazione… una rabbia insorgente, ruggente, vitale… la rivolta frenetica dell’annegato contro l’acqua soffocante, la rabbia della fiamma della candela contro chi sta per estinguerla…
Cristo! Era così terribile? Se ciò che sospettavo era vero, pensare in quel modo significava partire sconfitto!
Ma c’era Jim! Come potevo tenerlo fuori?
In fondo al cuore, non avevo mai riso di quelle percezioni subconsce, qualunque cosa fossero, che lui chiamava le voci dei suoi antenati. Quando aveva parlato di Usunhi’yi, la Terra che si Oscura, un brivido gelido mi era serpeggiato lungo la spina dorsale. Il vecchio sacerdote uiguro non aveva parlato, forse, della Terra Oscurata? Ed era come se avessi udito l’eco delle sue parole.
Guardai nella direzione in cui stava sdraiato Jim. Era sempre stato più simile a me dei miei stessi fratelli. Sorrisi a quel pensiero, perché i miei fratelli non mi erano mai stati simili.
Per tutti, eccettuata mia madre, una norvegese dalla voce sommessa e dal seno fiorente, io ero stato un estraneo in quella vecchia casa, severamente convenzionale, in cui ero nato. Ero il figlio minore, e un intruso indesiderato: come un figlio scambiato. Non era stata colpa mia se ero venuto al mondo simile agli antenati vichinghi di mia madre, con i capelli biondi, gli occhi azzurri, la struttura solida. Non sembravo un Langdon. I Langdon erano bruni e snelli, con le labbra sottili, saturnini, usciti per generazioni dallo stesso stampo. Mi guardavano dall’alto in basso dai ritratti di famiglia con un’ostilità altezzosa, vagamente divertita. Precisamente come mi guardavano mio padre ed i miei quattro fratelli, tutti veri Langdon, quando mi sedevo goffamente alla loro tavola.
