
La cosa mi aveva reso infelice, ma aveva indotto mia madre a consacrarmi il suo cuore. Come tante altre volte, mi chiesi come aveva potuto accettare mio padre, un uomo cupo ed egocentrico, lei, con il sangue degli scorridori dei mari che le cantava nelle vene. Era stata lei a chiamarmi Leif… un nome incongruo per un Langdon, così come era incongrua la mia nascita.
Jim ed io eravamo entrati a Dartmouth lo stesso giorno. Lo vedevo come era allora: il ragazzo alto e bruno dalla faccia aquilina e dagli imperscrutabili occhi neri, Cherokee purosangue, del clan da cui era venuto il grande Sequoiah, un clan che aveva prodotto, in molti secoli, saggi consiglieri e guerrieri forti ed astuti.
Nei registri del college il suo nome era scritto James T. Eagles, ma negli annali della Nazione Cherokee era scritto Due Aquile, e sua madre lo aveva chiamato Tsantawu. Fin dal primo momento avevamo riconosciuto la nostra affinità spirituale. Con gli antichi riti del suo popolo eravamo diventati fratelli di sangue, e lui mi aveva dato un nome segreto, noto a noi due soltanto, Degataga: uno che è così vicino ad un altro che i due sono uno.
La mia unica dote, a parte la forza, è la facilità per le lingue. Ben presto, parlavo il Cherokee come se fossi nato nella Nazione. Gli anni trascorsi al college erano stati i più felici della mia vita. Verso la fine di quel periodo, l’America entrò nella prima guerra mondiale. Avevamo lasciato insieme Dartmouth, eravamo andati al campo d’addestramento, eravamo partiti per la Francia con la stessa nave.
E mentre stavo là, sotto la lenta alba dell’Alaska, la mia mente balzò agli anni intermedi. La morte di mia madre il giorno dell’Armistizio… il mio ritorno a New York, in una famiglia apertamente ostile… il ritorno di Jim al suo clan… la fine del mio corso d’ingegneria mineraria… i miei vagabondaggi in Asia… il secondo ritorno in America e la ricerca di Jim… questa nostra spedizione in Alaska, più per cameratismo e per amore della pace di quei luoghi deserti che per l’oro che avremmo dovuto cercare.
