
Il sangue mi martellava alle tempie: alzai di scatto la mano verso di lui. Jim si tirò indietro e rise.
«Così va meglio, Leif.»
La rabbia passeggera mi abbandonò, la mia mano ricadde.
«D’accordo, Tsantawu. Andiamo… a Nord. Ma non era… non era per me che ti ho detto di avere cambiato idea.»
«Lo so maledettamente bene!»
Si diede da fare per accendere il fuoco. Io andai a prendere l’acqua. Bevemmo il forte tè nero, e mangiammo gli avanzi di quelle piccole cicogne brune che chiamano tacchini dell’Alaska, e che avevamo preso il giorno prima. Quando avemmo finito, cominciai a parlare.
II
L’ANELLO DEL KRAKEN
Tre anni prima — così incominciai il mio racconto — ero andato in Mongolia con la spedizione Fairchild. Tra i suoi scopi c’era anche una prospezione mineralogica per conto di certe società britanniche, e una ricerca etnografica e ancheologica per conto del British Museum e della Pennsylvania University.
Non ebbi mai occasione di dimostrare le mie capacità di ingegnere minerario. Divenni subito ambasciatore, saltimbanco, agente di collegamento tra la spedizione e le tribù locali. La mia statura, i miei capelli gialli, gli occhi azzurri e la forza eccezionale, e la facilità con cui apprendevo le lingue erano per loro fonte d’incessante interesse. Tartari, mongoli, buriati, kirghisi, stavano a guardarmi mentre piegavo ferri di cavallo, curvavo sbarre di metallo sul ginocchio ed eseguivo quelli che mio padre usava chiamare sprezzantemente numeri da circo.
Bene, per loro ero proprio questo: un circo. Eppure ero qualcosa di più… mi trovavano simpatico.
