
In pochissimo tempo avevo imparato mezza dozzina di dialetti ed ero in grado di chiacchierare e di discutere nella loro lingua con gli uomini delle varie tribù. A loro la cosa faceva una grande impressione. E di tanto in tanto arrivava una delegazione di mongoli, con un paio di lottatori, tipi grandi e grossi con il torace a botte, per sfidarmi. Io imparai i loro trucchi, ed insegnai loro i nostri. Facevamo gare di sollevamento dei pony, e alcuni miei amici mancesi m’insegnarono a combattere con due spadoni… uno per mano.
Fairchild aveva progettato di rimanere un anno, ma i giorni trascorrevano così tranquilli che aveva deciso di prolungare la durata della spedizione. Il mio numero, mi disse con quel suo modo sardonico, aveva senza dubbio una vitalità perenne: la scienza non avrebbe mai avuto un’altra simile occasione d’oro in quella regione… a meno che mi decidessi a restare e a governare. Non sapeva che quella frase era quasi una profezia.
All’inizio dell’estate dell’anno seguente, spostammo il campo un centinaio di chilometri più a Nord. Quello era territorio uiguro. Gli uiguri sono un popolo strano. Dicono di discendere da una grande razza che dominava il Gobi quando non era un deserto bensì un paradiso terrestre, ricco di fiumi e di laghi e di città popolose. È certo che sono diversi da tutte le altre tribù, e benché queste li uccidano allegramente appena possono, ne hanno comunque paura. O meglio, hanno paura delle stregonerie dei loro sacerdoti.
