
Accese il microscopio e lo mise a fuoco.
Gli sfuggì un sospiro. «Ahhhh…»
La morula, a bassa amplificazione, appariva estremamente passiva; non pulsava, poiché era immersa nella stasi… eppure era così bella nel suo sonno parziale… così piccola… ma tuttavia teatro di tante antiche battaglie.
Svengaard posò la mano sui controlli dell’ingrandimento, esitò. Un ingrandimento maggiore comportava numerosi pericoli, ma Potter avrebbe potuto senza dubbio porre rimedio alle tracce di interferenza mesonica. E poi la tentazione di guardare al massimo ingrandimento era troppo forte.
Raddoppiò l’ingrandimento.
Lo raddoppiò ancora una volta.
I successivi ingrandimenti diminuirono sempre più l’impressione che la morula fosse in stasi. Svengaard registrò dei movimenti, e nelle zone non perfettamente messe a fuoco si intuivano dei lampi, simili a pesci che guizzassero nell’acqua. Dallo sfondo emerse la tripla spirale di nucleotidi che lo aveva spinto a chiamare Potter. L’embrione era quasi un Optimate. Possedeva quasi quella magnifica perfezione di forme e mente che poteva accettare l’equilibrio indefinito della Vita, raggiunto mediante la somministrazione, estremamente accurata e delicatissima, di enzimi.
Svengaard provò una punta di tristezza. Quegli stessi enzimi, anche se lo mantenevano in vita, lo stavano lentamente uccidendo. Era il destino di tutti gli esseri umani. Potevano vivere duecento anni, qualche volta perfino più a lungo… ma l’equilibrio si spezzava per tutti, tranne che per gli Optimati. Loro erano perfetti, limitati soltanto dalla sterilità… ma quello era il fato di molti umani, e comunque non sottraeva nulla alla loro esistenza eterna.
