Poi si occupò dell’attrezzatura, controllò il micromeccanismo del bisturi a mesoni, i dati che apparivano sui quadranti della vasca e del meccanismo di stasi.

Tutto in ordine.

Doveva esserlo. L’embrione dei Durant, quella meraviglia dall’incredibile potenziale, adesso era resistente: un’incognita genetica… se Potter fosse riuscito dove gli altri avevano fallito.

CAPITOLO SECONDO

Non appena fu arrivato in ospedale, il Dottor Vyaslav Potter passò dall’Ufficio Registrazioni. Era un po’ stanco, dopo il lungo viaggio in sotterranena dalla Centrale alla Megalopoli di Seatac, ma raccontò una barzelletta sul sistema di riproduzione primitivo all’infermiera dai capelli grigi che era di turno. Lei ridacchiò, mentre scovava l’ultimo rapporto di Svengaard sull’embrione dei Durant. Posò il rapporto sul banco e fissò Potter.

Il dottore diede un’occhiata alla cartellina, poi sollevò gli occhi e incontrò lo sguardo della donna.

È possibile? si chiese. Ma… no: è troppo vecchia — non sarebbe neppure una buona Compagna. E poi, i pezzi grossi non ci concederebbero mai il permesso di procreare. Ricordò a se stesso: Io sono uno Zeek… un J411118zK. Il genotipo Zeek aveva conosciuto un breve periodo di popolarità nella regione della Megalopoli di Timbuctu, durante i primi anni Novanta. Sue caratteristiche erano capelli neri e crespi, epidermide di un colore appena più chiaro di quello del cioccolato, occhi scuri e dall’espressione dolce, un viso grassoccio e benevolo, il tutto su un corpo alto e forte. Uno Zeek. Un Vyaslav Potter.

Il genotipo non aveva mai prodotto un Optimate, maschio o femmina, e neppure un accoppiamento di gameti che fosse fertile.

Potter si era arreso da molto tempo. Era stato tra quelli che aveva votato affinché si smettesse di produrlo. Pensò agli Optimati con cui aveva a che fare e rise di se stesso. «Se non fosse per gli occhi scuri…» Ma quel commento sarcastico non gli causava più tanta amarezza.



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