«Be’, loro sostengono questo.»

«Così dicono. Da parte mia, io credo che la Natura reagisce con forza ad un’interferenza eccessiva.»

Potter fissò lo schermo. Per qualche motivo, stava ricordando la sua giovinezza, l’inizio dei suoi studi in medicina, e il giorno in cui aveva imparato quanto vicino fosse stato il proprio genotipo a quello degli Optimati. Scoprì che il vecchio nucleo d’odio si era trasformato in tolleranza leggermente divertita e in cinismo.

«Non capisco come facciano loro a tollerarla,» si stupì il suo interlocutore.

«Perché io ero molto vicino,» sussurrò Potter. Si chiese quanto vicino sarebbe stato l’embrione dei Durant. Farò del mio meglio, si ripromise.

L’altro si schiarì la gola, disse, «Bene, conto su di lei affinché svolga il suo compito alla perfezione. L’embrione dovrebbe fornire una verifica decisiva dell’intervento est…»

«Non dica stupidaggini!» lo interruppe seccamente Potter. «L’embrione confermerà il rapporto di Sven fino all’ultimo enzima. Lei pensi a fare il suo lavoro; noi faremo il nostro.» Schiacciò bruscamente il pulsante che interrompeva la comunicazione, poggiò il comunicatore video sulla scrivania e rimase seduto, fissandolo. «Stupido presuntuoso… no, non è colpa sua. Vive troppo vicino a loro. È colpa del modellamento originale. Forse sarei anch’io così, se mi avessero condizionato ad esserlo.»

Svengaard tentò di deglutire. Fino a quel momento non aveva mai udito un simile alterco, o una conversazione tanto franca, tra due uomini provenienti dalla Centrale.

«La vedo sorpreso, vero, Sven?» gli chiese Potter. Abbassò le gambe dalla scrivania sul pavimento.

Svengaard si strinse nelle spalle. Si sentiva a disagio.



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