Potter lo studiò. Svengaard, all’interno dei suoi limiti, era eccellente, ma mancava di immaginazione, di creatività. Era un bioingegnere brillante ma, poiché era privo di quelle qualità, spesso si rivelava uno strumento spuntato.

«Lei è un buon uomo, Sven,» gli disse. «Affidabile. Ecco cosa c’è scritto nel dossier su di lei: affidabile. Non cambierà mai. D’altronde è stato modellato a questo scopo. Ciò va benissimo, per il posto che occupa.»

Svengaard udì soltanto l’elogio. «Certo, fa sempre piacere sentirsi apprezzati, ma…»

«Ma abbiamo del lavoro da fare.»

«E adesso sarà ancora più difficile,» gli ricordò Svengaard.

«Pensa che quell’intervento esterno sia un fenomeno accidentale?» gli chiese Potter.

«Io… mi piacerebbe credere che,» Svengaard si umettò le labbra con la lingua, «non fosse voluto, che nessuno…»

«Le piacerebbe che si fosse trattato del caso, del principio di Heisenberg,» disse Potter. «Il principio di indeterminazione, il risultato delle nostre manipolazioni… un avvenimento casuale in un universo capriccioso.»

Svengaard fu ferito dal tono duro della voce di Potter e replicò, «Non è precisamente così. Intendevo soltanto dire che speravo che nessun super agente causale fosse intervenuto sull’em…»

«Dio? Non mi starà dicendo che teme che la modifica sia opera della mano di una divinità?»

Svengaard distolse lo sguardo. «Quando ero a scuola, ho assistito ad una sua conferenza. In quell’occasione ci spiegò che dovevamo essere sempre pronti ad affrontare il fatto che la realtà che percepiamo potrebbe rivelarsi estremamente differente da ciò che le nostre teorie ci inducono a sospettare.»

«Ho detto questo? L’ho detto sul serio?»

«Sì.»

«Qualcosa là fuori, eh? Qualcosa che i nostri strumenti non riescono a rilevare. Non ha mai sentito parlare di Heisenberg. Non è l’indeterminazione.» La voce di Potter si abbassò. «Agisce. Modifica.» Inclinò la testa. «Ah-hah! Il fantasma di Heisenberg è sistemato!»



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