Svengaard fissò infuriato Potter. Quell’uomo lo stava prendendo in giro. Replicò stizzosamente, «In effetti Heisenberg ha dimostrato che abbiamo dei limiti.»

«Ha ragione,» concesse Potter. «Il nostro è un universo piuttosto capriccioso. Ed è stato Heisenberg ad insegnarcelo. C’è sempre qualcosa che non riusciamo ad interpretare o comprendere… o misurare. E ci ha preparato questo bell’enigma, eh?» Potter diede un’occhiata al suo orologio da dito, poi guardò di nuovo Svengaard. «Noi di solito interpretiamo ciò che ci circonda sulla base di categorie percettive proprie della nostra mente. La nostra civiltà ha studiato l’indeterminazione basandosi proprio su Heisenberg. Ma se il suo insegnamento è davvero valido, come facciamo a stabilire se un avvenimento inspiegabile è opera del caso oppure riflette la volontà di Dio? Anzi, a cosa serve porsi una domanda del genere?»

Svengaard replicò in tono difensivo, «Be’, in qualche modo ce la caviamo.»

Potter lo sorprese scoppiando a ridere, con la testa inarcata all’indietro, il corpo squassato dalle risate. Poi il riso si acquietò e Potter disse, «Sven, lei è impagabile. Sul serio. Se non fosse per quelli come lei, saremmo ancora all’età della pietra, staremmo ancora tentando di sfuggire ai ghiacciai e alle tigri dai denti a sciabola.»

Svengaard si sforzò di non replicare in tono rabbioso e ribatté, «E allora, loro cosa pensano che sia quella modifica della quantità dell’arginina?»

Potter lo fissò, studiandolo, poi rispose. «Che io sia dannato se non l’avevo sottovalutata, Sven. Tutte le mie scuse, eh?»

Svengaard fece spallucce. Quel giorno Potter si stava comportando in modo strano: reazioni sorprendenti, strani sfoghi emotivi. «Ma lei sa cosa ne dicono loro di tutta la faccenda?»

«Ha sentito quel che ha detto Max Allgood al telefono,» gli rispose Potter.



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